Dal Web: Perchè siamo tutti più ingrati

L’ingratitudine è una forma di maleducazione sempre più diffusa. In parte può essere spiegata con la “sindrome rancorosa del beneficato”, ma è anche il prodotto di una società sempre più individualista

Di Lucia Montesi – 8 aprile 2018

Si chiama “sindrome rancorosa del beneficato” ed è un fenomeno che non ti aspetteresti mai, per quanto è contrario alla logica, al buon senso e all’intuito, ma ben noto, invece, in psicologia. È il meccanismo per cui chi riceve un favore, un aiuto, un dono, invece che ringraziare finisce per manifestare ostilità, rancore e aggressività nei confronti del benefattore. La reazione può risultare sorprendente e amareggiare profondamente chi ha elargito il favore, risultando incomprensibile, sia nel caso in cui l’aiuto sia stato fornito spontaneamente, sia nel caso in cui sia stato espressamente richiesto da parte del beneficato.

Eppure, l’ingratitudine di chi riceve il favore diventa più comprensibile se si considerano i rapporti di potere in gioco e i sentimenti complessi e ambivalenti chiamati in causa. L’ingratitudine può derivare dall’invidia nei confronti di chi dà, che proprio in quanto nelle condizioni di poter dare, gode di una posizione di superiorità, o di maggiori risorse, o maggiori competenze. Il senso di inferiorità e di dipendenza di chi ottiene il beneficio viene pertanto ulteriormente rimarcato, scatenando una risposta di rivalsa: «Non ti devo niente!». Sono soprattutto le persone narcisiste quelle che fanno più fatica a dire “grazie”, perché lo vivono come un atto di sottomissione all’altro, non sentono il valore affettivo dell’aiuto ma lo interpretano come sconfitta in una competizione. Più una persona è insicura di sé stessa e ha una bassa autostima, più ha difficoltà a ringraziare e ricevere con serenità dall’altro.

Quando si riceve un aiuto o un dono non richiesto, d’altra parte, scatta facilmente il sospetto: «Cosa vuole da me? Che c’è dietro? Cosa vuole in cambio?»; è difficile immaginare che qualcuno possa aiutare in modo disinteressato, in una società in cui tendiamo a ragionare in termini di profitto, in cui purtroppo i raggiri sono tutt’altro che infrequenti, ed è pertanto legittimo dubitare, in quanto “nessuno ti dà niente per niente”. Ed è vero anche che chi fa un favore o dà un aiuto non richiesto, o lo dà in modo eccessivo ed esagerato, può essere effettivamente mosso da motivazioni complesse e non solo altruistiche, come avere un potere sull’altro, o tenerlo legato, o riparare dei sensi di colpa, o sentirsi in questo modo “bravo” o “buono”, tutti bisogni che hanno a che fare con la propria vita emotiva e che riguardano ben poco il destinatario dell’aiuto.

Al di là della sindrome rancorosa del beneficato, che può spiegare alcune reazioni di ingratitudine del tutto inaspettate, occorre però prendere atto che l’ingratitudine si sta diffondendo in modo sempre più epidemico, al pari di altre forme di maleducazione. Nelle abituali interazioni quotidiane, accade sempre meno spesso di sentir pronunciare la parola “Grazie”, così come altre belle parole come “Scusi” o “Per favore”. Sebbene in molti casi fossero poco più che una formalità, avevano comunque almeno l’effetto di ingentilire un poco i contatti, la comunicazione. Andiamo sempre più verso una comunicazione stringata, che va al sodo senza tanti preamboli, più efficiente e produttiva ma anche più fredda e aggressiva. Anche il linguaggio si evolve di pari passo con la società attuale fortemente caratterizzata da individualismo, competizione e anche prepotenza. Sempre più spesso noto una modalità quasi “predatoria”: ti cerco perché mi serve qualcosa anche se neanche ti conosco, lo pretendo, e una volta ottenuto, sparisco senza manco ringraziare; ti uso senza tanti preamboli e smancerie. Quando lo fanno con noi ne restiamo amareggiati, ci sentiamo sfruttati. Probabilmente, se ci riflettiamo, sarà capitato anche a noi di comportarci a volte nello stesso modo, anche senza rendercene conto, magari per fretta, per nervosismo, perchè preoccupati per qualche nostra questione, e soprattutto perché, comunque, in questa cultura siamo inseriti, ne siamo influenzati, la respiriamo e la mettiamo in atto automaticamente nei comportamenti. Solo fermandoci a osservare questi meccanismi possiamo diventarne consapevoli e agire diversamente, recuperando le dimensioni della gentilezza e della riconoscenza che arricchiscono i rapporti umani.

di Dott.ssa Lucia Montesi da http://www.centropagina.it

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